quando il sole batteva dopo pranzo
quando il sole batteva dopo pranzo, e attorno sentivo solo le cicale, prendevo la bici di mio nonno e andavo. lui non l’avrebbe mai usata a quell’ora, in genere se ne stava in cantina a fare qualche lavoretto al fresco, fra le sue bottiglie e i salumi appesi. la nonna faceva il suo riposino in camera, con gli scuri socchiusi, mentre matteo si immergeva appieno nella lettura dell’ennesimo libro, sospeso sull’amaca in giardino.
era il momento migliore per una pedalata. il traffico era già scarso in generale, ma a quell’ora proprio entrava in pausa. molto spesso incrociavo solamente la corriera che puntualmente riportava a casa qualcuno.
faceva caldo, ma da bambini il caldo è spensieratezza, è sinonimo d’estate, di giornate lunghe, di vacanze con mamma e papà, con i nonni e i cugini, di corse infinite con la bici e con la fantasia, di ozio sfrenato e perlustrazioni curiose. è un periodo che ho avuto la fortuna di vivere.
verso le due, appunto, prendevo la strada leggermente in salita con quella vecchia bici, evidentemente grande per me, senza cambi, con un po’ di fatica, e senza lamentele da parte mia. con il cappellino in testa e le ciabatte estive ai piedi (era caldo per le scarpe da ginnastica) andavo.
la prima tappa mi portava dopo pochi minuti di pedalate sul chiarò, dove immergevo le mani e i piedi in un’acqua pura che a me sembrava gelida, ma lo facevo per sentirmi all’altezza: “ho imparato a nuotare lì” mi diceva sempre papà. se lui aveva nuotato lì dentro, io dovevo essere almeno in grado di immergere le mani e i piedi.
quando poi mi mancava il respiro scappavo fuori, mi asciugavo le mani sulle braccia e sulle gambe, e riprendevo a pedalare.
non correvo. non avrei nemmeno potuto farlo. anzi, guardavo con attenzione attorno a me, un panorama che cambiava poco nei giorni.
ai lati della strada tante vigne: scorrevano precise come righe di un quaderno, un filare dopo l’altro.
ricordo che il colore predominante era il verde. la pioggia estiva non mancava, e quindi raramente trovavo prati dorati.
man mano che avanzavo, le colline si avvicinavano a me e rendevano pian piano la strada più impervia. mi bastava guardarle per avere una sensazione di frescura, e forse da quei boschi arrivava anche qualche refolo di aria profumata.
la seconda tappa era su un prato di proprietà di rosetta, la cugina di papà, dove c’erano un tavolo e delle panche in pietra piasentina: mi fermavo perché era un bel prato con degli alberi di noce, e perché l’anno prima, durante una passeggiata con la nonna, ci eravamo fermate lì a riprendere fiato, “a riposare le gambe”.
era semplicemente bello starsene un po’ così.
dopo aver riflettuto sul destino dell’umanità in quel tappeto color smeraldo, riprendevo la via. la strada rimaneva piana per poco: la salita iniziava dopo qualche centinaia di metri e io resistevo sui pedali finché potevo, poi scendevo e continuavo a piedi, proseguendo con la bici portata a mano.
gli alberi creavano con i loro anni una galleria naturale dove era un piacere camminare: ombreggiata dalle loro foglie sibilanti e illuminata dai raggi che si insinuavano qua e là, senza chiedere permesso. avanzavo tranquilla, senza fretta.
quando arrivavo a Costa, la prima cosa che facevo era andare a vedere la casa dove era nato il mio bisnonno. “è quella là” mi aveva detto papà mesi prima, quando eravamo venuti qua a prendere della legna.
era la tipica casa di montagna, anche se non eravamo proprio in montagna: i muri erano in pietra, le finestre e le porte avevano gli scuretti, vicino all’ingresso c’era una lunga panca accogliente, e tante vecchie pentole in rame posizionate qua e là che ospitavano fiori colorati.
al primo piano c’era un terrazzo in legno da cui sporgevano vasi colmi di gerani bianchi. il tetto era spiovente, ma non in modo eccessivo.
mi chiedevo come fosse stato vivere lì, quasi un secolo prima.
in qualche modo anche io arrivavo da quella casa, e questo pensiero mi provocava una sensazione indefinita.
ma non era quello l’obiettivo della mia pedalata. allora mi lasciavo le case alle spalle e scendevo per alcune decine di metri lungo una strada diversa da quella che avevo percorso arrivando. in pochi minuti raggiungevo uno dei boschi del nonno.
“ecco, questo è il tuo albero” mi aveva detto papà l’ultima volta che eravamo stati lì assieme.
siccome mi trovavo dai nonni qualche giorno, mi sembrava bello verificare di persona che stesse bene.
era un albero che ci era stato donato a scuola l’autunno dell’anno prima, durante la festa degli alberi. una festa che se ci penso ora mi sembra una festa bellissima: il comune aveva donato a ogni bambino di quarta elementare un albero, e io ero tornata a casa con questa pianta alta circa un metro dentro un sacco giallo che ne raccoglieva le radici e la copriva per metà. ero molto orgogliosa: mi sembrava che piantandola avrei potuto salvare l’umanità con l’ossigeno che avrebbe prodotto.
papà l’aveva portato lì. era ovviamente molto bello. non era cresciuto molto in questi mesi, ma sarebbe cresciuto, con il tempo. sapevo che ci voleva tempo, ma quello non mancava alla nostra vita, né alla sua.
in tutti questi mesi, ogni volta che papà andava a Costa mi raccontava che l’albero stava bene.
sorridevo, anche se forse non capivo cosa intendesse dire.
ora
ora che ritorno qua, a distanza di trentanni, con l’auto, da sola, senza bici, senza sforzi, senza nonni, senza papà, e rivivo quelle corse in bici, capisco cosa significasse quel “sta bene”: lui è lì, rigoglioso, fiero, spensierato. lo trovo e lo ritrovo. ed è proprio bello ammirarlo, ora come allora.
lì vicino mio fratello ha portato le sue arnie, a garanzia che la vita continui, perché deve continuare. e continua.






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