La “Hortis”
Piazza Hortis per me era “la Hortis”: una delle due biblioteche più gettonate dove andare a studiare al tempo dell’università. Scendevo da via Tigor e andavo o alla Statale in largo Papa Giovanni XXIII o alla Hortis.
Momentaneamente la Hortis si è trasferita in via Madonna del Mare in attesa che il suo storico palazzo venga completamente restaurato. Nel frattempo, il piano terra di palazzo Biserini ospita l’emeroteca (dedicata a Fulvio Tomizza) e, novità delle novità, il Museo Lets – Letteratura Trieste. Presentato questa mattina alla stampa, domani sarà aperto a tutti: pronto ad accoglierti e a raccontarti le migliaia di pagine scritte su Trieste.
Da oggi, quindi, c’è un luogo “nuovo” a Trieste.
Vista dalle vetrate in piazza, sembra una invitante biblioteca, ma la realtà è che non puoi portarti a casa i libri. Li puoi guardare, scegliere, sfogliare, leggere, anche ascoltare, ma quando il museo chiude, devi sistemarli al loro posto.
Sì, è un museo: è Lets. È il museo che Trieste ha dedicato alla sua essenza letteraria, ai suoi scrittori, a chi ha portato la città, il suo sguardo marittimo, la sua voce delicata e il suo danzare vivo nell’eternità grazie a un intreccio sublime delle proprie parole.
Mi piace l’idea che tu scopra da solo questo luogo. Per questo non ti racconterò nel dettaglio cosa troverai.
Però ti lascio dare una sbirciatina. Entriamo.
Entriamo
Ti accoglie la sala con la Libreria degli scrittori. E qua ci sono i libri, certo, ma ci sono soprattutto gli scrittori (contemporanei e non): chi ha dato voce a quelle storie.
Tanti libri. E molti nomi. Sento che almeno alcuni di questi devo dirteli, così, senza un ordine stabilito né un motivo preciso: Claudio Magris, Scipio Slataper, Paolo Rumiz, Giani Stuparich, Pier Antonio Quarantotti Gambini, Fulvio Tomizza, Boris Pahor, Mauro Covacich, Susanna Tamaro, Pino Roveredo e Anita Pittoni.
Vecchie e nuove edizioni a testimoniare il passato, ma soprattutto il presente di questa letteratura che si rinnova e si conferma con il passare del tempo.
Fra questi anche un non-scrittore, Roberto Bazlen: nato a Trieste nel 1902, ha colto con discrezione e genialità l’essenza della sua Trieste e ha portato tanto di questa essenza dentro la casa editrice da lui fondata (l’Adelphi), dove la matrice mitteleuropea e multiculturale di Trieste si rispecchia in molte pubblicazioni.
In questa sala troverai anche due postazioni affacciate su piazza Hortis: Le voci in onda. Ti siedi, selezioni il libro che vuoi ascoltare e te ne stai lì, tranquillo. Guardando fuori.
Negli archivi della sede RAI del Friuli Venezia Giulia c’erano le registrazioni delle voci (fra gli altri) di Biagio Marin, Fulvio Tomizza e Giani Stuparich: ora puoi scoprirle.
Oppure prendi uno dei libri del Museo, ti siedi e lo leggi. Fino all’ora di chiusura quel libro è nelle tue mani.
Un po’ più in là, speculari, ci sono due grandi vedute di Trieste: una del 1870 e l’altra dei giorni nostri. In mezzo a queste due visioni della città c’è la storia, anzi: l’Edicola della Storia (con un edicolante che non ti aspetti) dove trovi giornali e riviste che arrivano dai tre secoli contenuti fra le due immagini, e li puoi leggere solo se parli il tedesco o il greco o lo sloveno o il francese o… l’italiano.

Ancora oltre, c’è uno spazio dedicato alla settima arte: il Cinematografo delle Storie. Un’anticamera presenta i manifesti dei film girati a Trieste, e poi, nella sala video, alcuni brevi filmati mandano sullo schermo alcune pagine dei libri appena guardati: nuovi punti di vista da cui leggere (o interpretare) quelle pagine.
E poi, tre musei dentro il museo
Tre musei dedicati a tre voci che hanno saputo scagliarsi in modo decisivo nella letteratura mondiale: Italo Svevo, James Joyce e Umberto Saba.
E qua non aggiungo altro.
Concludo dicendo che l’unico luogo al mondo dove puoi vedere:
– il primo libro letto da Claudio Magris (I misteri della jungla nera di Emilio Salgari),
– la macchina da scrivere di Boris Pahor,
– il manoscritto autografo de Il mio carso,
– il violino di Italo Svevo,
– la copia dei Dubliners che James Joyce ha regalato a Hector e Livia Schmitz il 15 giugno 1914 e
– il manoscritto autografo de Il Canzoniere
è Lets. Quindi, ecco, io fossi in te ci farei un salto. Perché la curiosità non è mai abbastanza. Ma fra libri, documenti, letture ad alta voce, postazioni multimediali, disegni, manoscritti, oggetti vari e tempo dedicato, questa curiosità si può in parte saziare, ma solo in parte, perché sono sicura che ti rimarrà sempre una domanda senza risposta, un sorriso sospeso.
Claudio Magris
Oggi, alla presentazione del Museo alla stampa, ha fatto una lezione “inaugurale” Claudio Magris: il Museo Lets non poteva avere influencer migliore di lui per questo inizio. «Sento forte il senso della clapa (della compagnia), della combriccola, dello stare insieme. – ha spiegato Magris – Anche oggi, qua: è un museo che mi fa stare bene, al di là di ciò che espone, è un luogo dove ritrovarsi.»

Dal 1997 a oggi
Questo museo è il frutto di un progetto che è iniziato nel 1997 con l’inaugurazione del Museo dedicato a Italo Svevo, si è arricchito nel 2004 con il Museo Joyce e si è evoluto in questi anni fino ad arrivare a ciò che espone oggi: Trieste ha il suo Museo dedicato alla Letteratura che contiene anche il Museo Saba.
E tutto questo è racchiuso nel suo nome: LETS, LEtteratura TrieSte (neologismo frutto della creatività di due poeti contemporanei, Christian Sinicco e Roberto Cescon).
Un ricordo
Alcuni anni fa, camminando in piazza Hortis, ho salutato la statua che sta lì ormai da un po’ di tempo sussurrando “Ciao Ettore”. Come l’ho detto, ho sorriso, perché, pur sapendo che quella è la statua di Italo Svevo, il mio subconscio ha pescato da lontano fra i miei ricordi una nozione scolastica e ha salutato Ettore Schmitz. Italo Svevo era il suo pseudonimo: scelto in onore alla sua “doppia natura culturale” italiana e tedesca, seppur vissuto temporalmente più nell’Impero Asburgico e meno nel Regno d’Italia, aveva percepito e valorizzato in egual misura dentro di sé questa doppia appartenenza.
«Dove? Dove xe? Kje? Uer? Dulà?»
Lets si trova al piano terra di palazzo Biserini, al civico 4 di piazza Attilio Hortis.
Se ti trovi in piazza Unità, vai verso Cavana e continua fino al parco: quella è piazza Hortis.
Se ti trovi in via Torino, continua verso piazza Unità e, dopo il Buffet Siora Rosa, vedrai il parco sulla sinistra e palazzo Biserini sulla destra.
Se sei sulle Rive, all’altezza della pescheria (il “Salone degli Incanti”) gira verso la città e dopo 150 metri circa sarai in piazza Hortis.
Il Museo è aperto dal lunedì al sabato (è chiuso solo il martedì) dalle 10.00 alle 17.00 e la domenica dalle 10.00 alle 13.00. L’ingresso è gratuito.
Pausa caffè
Siamo nel centro di Trieste: non sarà difficile trovare un posto dove bere un caffè. Forse sarà difficile scegliere dove andare per la pausa.
Il più vicino (appena al di là della strada) è il Buffet Siora Rosa. Da lì, poi, inizia via Torino: più o meno ci sono solo locali, uno dopo l’altro, all’infinito.
Se invece, uscendo dal Museo, vai verso Cavana, puoi scegliere fra Mug, bar Hortis, Chocolat e non so quanti altri bar. Sempre all’infinito.






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