Martedì 1 novembre 2016
Il primo novembre cade di martedì. Tre giorni pieni, più qualche ora del sabato. Possiamo fare ponte.
Ok.
Dove andiamo?
È da un po’ che manchiamo. Torniamo?
Ok.
Non dobbiamo scoprire niente di nuovo: sono luoghi già vissuti. Tornarci e ritornarci risponde a una esigenza intima. Significa dare una risposta a una tensione, soddisfare una richiesta latente.
Raggiungiamo Zara che è buio già da tanto. Rimandiamo a domani i gusti balcanici, ma una birra in uno dei pochi bar aperti, seduti al freddo di un tavolino all’esterno, non ce la toglie nessuno.
Il mare è tranquillo. L’organo sibila poche note. Mentre il “Saluto al sole” è un continuo gioco di luci colorate.
La domenica ci accoglie in un tepore luminoso.
Dopo Zara, arriviamo a Sebenico. Poi ci fermiamo a Trogir.
Le nostre sono passeggiate con cui ricarichiamo lo sguardo. I pensieri. I ricordi.

Al tramonto siamo sulla strada dei Castelli e vediamo lo stadio di Poljud illuminato a giorno: l’Hajduk Split è in campo.
La luce è velata, soffusa.
Dal CD, la voce di Adriana Giacchetti e la musica della Maxmaber Orkestar ci accompagnano con Adio kerida. Mi sembra di essere dentro a un sogno.
Un confine onirico che svanisce quando mi viene in mente che lì dentro, fra gli spalti e il prato, è passata la storia, quel 4 maggio 1980. È il 41° minuto del primo tempo quando la partita fra l’Hajduk di Spalato e la Crvena zvezda (Stella Rossa) di Belgrado viene interrotta. Per sempre.
Spalato è un fluire di persone e suoni sempre piacevoli, fra la notte e il giorno cambia poco: la vitalità del centro storico è sempre la stessa. È come se ti accogliesse a casa sua, nel palazzo di Diocleziano. E tu entri ed esci dalle sue stanze come se fossi un ospite abituale.
La mattina, davanti a un cappuccino e a un krapfen, sogno di prendere un traghetto e raggiungere una delle isole appena là fuori.
Quasi 20 anni prima (nell’agosto 1997) ero salita sulla Jadrolinija proprio lì: Supetar era il porto di attracco, Bol la destinazione finale.

Ma oggi la meta è un’altra. Oggi c’è un altro confine da oltrepassare: Mostar ci aspetta.
Uscendo da Spalato, prendiamo una strada fra le montagne (nuova per noi, non nuova per l’età che dimostra). Anche lì vediamo tanta meraviglia (e tante vertigini!).
La prima tappa a Mostar è alla Buregdžinica Musala: ci puoi trovare il burek (la pita con la carne), la sirnica (quella con il formaggio), la zeljanica (con gli spinaci), la krompiraka (con le patate) e la tikvara (con la zucca).
Per arrivare lì, comunque, abbiamo già attraversato la zona ovest della città e visto: la casa dove ho abitato nel 2005, la cattedrale cattolica, il ginnasio, il Bulevar, il centro giovanile culturale Abrašević, la Narenta, ciò che resta dell’Hotel Neretva e quella che fu una delle residenze di Tito.
Dopo la tappa calorica, la passeggiata è continuata ritrovando i luoghi della città: alcuni sistemati a nuovo, altri ancora più decadenti di come li ricordavo. I volti, invece, sono sempre gli stessi. Cristallizzati in quel 5 aprile 1992.
Un giorno la visiteremo in bici, penso. Come quando la vivevo nell’autunno del 2005, da autentica mostarci.
Un giorno, ma non oggi. Perché il sole scende presto dietro il monte Hum, oltre quei 33 metri della croce posta là in cima. E dopo la tappa miglioricevapcicidiMostar nel locale più piccolo e fumoso del Kudjundziluk (la zona del vecchio bazar dove svetta lo Stari Most), si riparte verso il centro del mondo. Sarajevo.

E qua cala il silenzio. Cala la notte. Cala la neve.
Martedì 1 novembre.
Ripartiamo da Sarajevo tardi rispetto alla tabella di marcia. Arriviamo a Derventa in un tempo lunghissimo.
Le strade di Bosnia meritano un racconto a parte. Meritano un tempo loro.
Manca poco al confine: ci fermiamo per un caffè?
Ok.
Ed eccoci al Tranzit.
La prima bustina di zucchero di cui ti parlo in questa nuova “rubrica” è quella che ho preso lì, quella sera, a pochi minuti dal confine.
Scatto la foto al retro del bancone e penso, sorridendo, “Tornerei indietro di 185 chilometri, e andrei volentieri anche a Belgrado”.

Ogni volta che vedo questa bustina rivivo questo viaggio di 80 ore e 1.600 chilometri. Poche ore e tanti chilometri. Ma ci volevano tutti, quei chilometri. Avessimo avuto più ore, non avremmo fatto tanti chilometri in più, ma molte più tappe sì!
Ecco perché ogni tanto porto a casa una bustina di zucchero che non userò mai: perché mi basta guardarla per ritornare con i ricordi a quel luogo, a quel viaggio, a quei volti, a quella musica.
Anche adesso, mentre scrivo, ritorno in questo Restoran, e mi chiedo cosa fare: tornare a Sarajevo o andare verso est?
L’ovest non è fra le opzioni.



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