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	<title>Porto Vecchio di Trieste Archivi - Laltrove</title>
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	<description>Racconti di Corinna Sabbadini</description>
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	<title>Porto Vecchio di Trieste Archivi - Laltrove</title>
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		<title>Parole O_Stili</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corinna Sabbadini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 May 2023 07:21:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Festivalando]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
		<category><![CDATA[Festival della comunicazione non ostile]]></category>
		<category><![CDATA[Parole O_Stili]]></category>
		<category><![CDATA[Porto Vecchio di Trieste]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Festival della comunicazione non ostile Un progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza delle parole A me piacciono le parole. Mi piace andare alla loro origine e capirne l&#8217;etimologia. Rispetto le parole e l&#8217;uso che ne faccio, perché ne conosco il valore e il potere.Per questi motivi, ammiro il progetto Parole O_Stili che da diversi anni lavora su più ambiti per diffondere sia la consapevolezza del peso che ogni parola ha, sia l&#8217;importanza dell&#8217;uso che ne facciamo nelle nostre comunicazioni anche on line, cercando di promuovere un&#8217;attitudine positiva al dialogo e al confronto.E poi, oltre a essere un progetto che mi piace e che seguo da sempre, c&#8217;è da aggiungere che l&#8217;associazione Parole O_Stili nasce da un’idea di Rosy Russo: una creativa comunicatrice di Trieste! Il progetto Il punto da cui si vuol partire è il fatto che non c&#8217;è differenza fra la responsabilità che si deve avere nel mondo virtuale e in quello fisico: “virtuale è reale”, e quindi i comportamenti che abbiamo nell&#8217;etere si riflettono anche sulla vita quotidiana e concreta. I due spazi non rimangono isolati fra loro: appartengono alla stessa sfera della comunicazione.Su questa linea lavora &#8220;Parole O_Stili&#8221;: responsabilizzando ed educando gli utenti della Rete a [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">Festival della comunicazione non ostile</h2>



<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:25px">Un progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza delle parole</h2>



<p style="font-size:21px">A me piacciono le <a href="https://www.laltrove.com/parola/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">parole</a>. Mi piace andare alla loro origine e capirne l&#8217;etimologia. <br>Rispetto le parole e l&#8217;uso che ne faccio, perché ne conosco il valore e il potere.<br>Per questi motivi, ammiro il progetto Parole O_Stili che da diversi anni lavora su più ambiti per diffondere sia la consapevolezza del peso che ogni parola ha, sia l&#8217;importanza dell&#8217;uso che ne facciamo nelle nostre comunicazioni anche on line, cercando di promuovere un&#8217;attitudine positiva al dialogo e al confronto.<br>E poi, oltre a essere un progetto che mi piace e che seguo da sempre, c&#8217;è da aggiungere che l&#8217;associazione Parole O_Stili nasce da un’idea di Rosy Russo: una creativa comunicatrice di Trieste!</p>



<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">Il progetto</h2>



<p style="font-size:21px">Il punto da cui si vuol partire è il fatto che non c&#8217;è differenza fra la responsabilità che si deve avere nel mondo virtuale e in quello fisico: “<strong>virtuale è reale</strong>”, e quindi i comportamenti che abbiamo nell&#8217;etere si riflettono anche sulla vita quotidiana e concreta. I due spazi non rimangono isolati fra loro: appartengono alla stessa sfera della comunicazione.<br>Su questa linea lavora &#8220;Parole O_Stili&#8221;: responsabilizzando ed educando gli utenti della Rete a scegliere forme di comunicazione non ostile, organizzando iniziative di sensibilizzazione e formazione (nelle scuole, nelle università, nelle aziende, nelle associazioni, nello sport, nella politica), e promuovendo i valori espressi nel “<strong>Manifesto della comunicazione non ostile</strong>”.</p>



<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">Il Manifesto della comunicazione non ostile</h2>



<p style="font-size:21px">Che cos&#8217;è? È un elenco di dieci princìpi di stile: se ognuno di noi li seguisse, la Rete sarebbe un luogo meno aggressivo e più piacevole.</p>



<p style="font-size:21px">Eccolo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p style="font-size:21px"><strong>1. Virtuale è reale</strong><br>Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>2. Si è ciò che si comunica<br></strong>Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>3. Le parole danno forma al pensiero<br></strong>Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>4. Prima di parlare bisogna ascoltare</strong><br>Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>5. Le parole sono un ponte<br></strong>Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>6. Le parole hanno conseguenze<br></strong>So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>7. Condividere è una responsabilità<br></strong>Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>8. Le idee si possono discutere.<br></strong>Le persone si devono rispettare.<br>Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>9. Gli insulti non sono argomenti<br></strong>Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi.</p>



<p style="font-size:21px"><strong>10. Anche il silenzio comunica<br></strong>Quando la scelta migliore è tacere, taccio.</p>
</blockquote>



<p style="font-size:21px">Che ne dici? Per me sono 10 punti uno meglio dell&#8217;altro. Ma forse quelli che preferisco sono &#8220;Prima di parlare bisogna ascoltare&#8221; (perché poche persone sanno ascoltare!) e &#8220;Le parole sono un ponte&#8221; (da vera fanatica delle parole e dei ponti, non posso che applaudire). E devo dire che &#8220;Anche il silenzio comunica&#8221; ha il suo grande perché (e ultimamente taccio molto!). </p>



<p style="font-size:21px">E questo è il &#8220;<a href="https://paroleostili.it/manifesto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">punto di partenza</a>&#8220;! Pensa che il manifesto è stato poi &#8220;adattato&#8221; (con ulteriore lavoro di ricerca e condivisione) a 7 ambiti: la politica, la pubblica amministrazione, le aziende, l’infanzia, lo sport, la scienza e l’inclusione. Negli anni, il progetto ha ricevuto premi e riconoscimenti, sono uscite pubblicazioni, sono stati creati percorsi didattici e webinar, e il Festival è cresciuto sempre un po&#8217; di più: un lavoro costante che continua a tenere alta l&#8217;attenzione sui suoi principi fondamentali! </p>



<p style="font-size:21px">Se anche per te questi 10 principi sono la base del vivere civile in Rete (e vanno bene anche fuori dalla Rete) puoi <a href="https://paroleostili.it/firma-manifesto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">firmare il Manifesto</a> impegnandoti a osservarli, promuoverli e diffonderli.</p>



<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">Il Festival: le distanze tra le persone, le parole e le cose</h2>



<p style="font-size:21px">Arriviamo al Festival. Venerdì 26 e sabato 27 maggio. Al Molo 4 di Trieste!<br>Il <a href="https://paroleostili.it/sesta-edizione-2023-programma/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">programma di questa sesta edizione</a> è un susseguirsi di incontri che trattano vari argomenti inerenti il linguaggio nelle varie sfaccettature del quotidiano online e offline: influencer, social network, serie TV, conflitti, inclusione, privacy e molto altro.<br>Non aspettare: <a href="https://www.eventbrite.it/e/biglietti-distanze-da-percorrere-seconda-parte-618918621257" target="_blank" rel="noreferrer noopener">prenota il tuo posto</a>! </p>



<p><em>Immagine trovata nel sito &#8220;La gentilezza che cresce&#8221;.</em></p>
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		<title>Magazzino 18</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corinna Sabbadini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2023 14:40:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Museando]]></category>
		<category><![CDATA[Scrivendo]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
		<category><![CDATA[Esilio]]></category>
		<category><![CDATA[Esodo]]></category>
		<category><![CDATA[Esodo Giuliano Dalmata]]></category>
		<category><![CDATA[Giorno del Ricordo]]></category>
		<category><![CDATA[Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata]]></category>
		<category><![CDATA[Magazzino 18]]></category>
		<category><![CDATA[Magazzino 26]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Delbello]]></category>
		<category><![CDATA[Porto Vecchio di Trieste]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Cristicchi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Venerdì 14 febbraio 2020 «Questa è la nostra Pompei. Con queste masserizie la storia si ferma, non ci sono più le case né i paesi, e pian piano non ci saranno più le nostre genti: di noi, rimarranno queste masserizie.»È Piero Delbello a parlare, il direttore dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata. Siamo dentro il magazzino numero 18 del Porto Vecchio di Trieste.E l’immagine è così forte che basterebbe per comprendere il dramma vissuto da chi, nel secondo dopoguerra, fu costretto a lasciare la sua terra in Istria, nel Quarnaro e in Dalmazia. Scappò in quanto italiano. Italiano che doveva essere allontanato dal nuovo territorio jugoslavo. Visitare il Magazzino 18 è una violazione di domicilio: è come entrare nelle case di migliaia di persone che non ti hanno invitato, né ti conoscono. Non ho il diritto di camminare fra i loro mobili né di specchiarmi nelle loro foto. Però ho il dovere di essere lì: di guardare e di ascoltare, di conoscere la Storia drammatica che da pochi anni viene raccontata sui libri di scuola. Entro in punta di piedi per non disturbare, e ho la sensazione che aver vissuto quel momento, e raccontarlo qua, ora, riporti quelle vite al [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Venerdì 14 febbraio 2020</h2>



<p style="font-size:21px">«Questa è la nostra Pompei. Con queste masserizie la storia si ferma, non ci sono più le case né i paesi, e pian piano non ci saranno più le nostre genti: di noi, rimarranno queste masserizie.»<br>È <strong>Piero Delbello</strong> a parlare, il direttore dell’<a href="http://www.irci.it/irci/index.php/it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata</a>. Siamo dentro il magazzino numero 18 del Porto Vecchio di Trieste.<br>E l’immagine è così forte che basterebbe per comprendere il dramma vissuto da chi, nel secondo dopoguerra, fu costretto a lasciare la sua terra in Istria, nel Quarnaro e in Dalmazia. Scappò in quanto italiano. Italiano che doveva essere allontanato dal nuovo territorio jugoslavo.</p>



<p style="font-size:21px">Visitare il <strong>Magazzino 18</strong> è una violazione di domicilio: è come entrare nelle case di migliaia di persone che non ti hanno invitato, né ti conoscono. Non ho il diritto di camminare fra i loro mobili né di specchiarmi nelle loro foto. Però ho il dovere di essere lì: di guardare e di ascoltare, di conoscere la Storia drammatica che da pochi anni viene raccontata sui libri di scuola.</p>



<p style="font-size:21px">Entro in punta di piedi per non disturbare, e ho la sensazione che aver vissuto quel momento, e raccontarlo qua, ora, riporti quelle vite al presente, riconsegni loro alla memoria che meritano. È come se, finché ci sarà qualcuno pronto a raccontarle e a preservarle da quel silenzio per tanti anni ingiustamente vissuto, continueranno a esistere.  </p>



<p style="font-size:21px">Non c’è abbastanza vuoto da riempire con questi oggetti che sembrano in attesa di riprendersi le loro vite.<br>Centinaia di sedie, tavoli, armadi, letti, bicchieri, posate, piatti, pentole, libri, quadri, foto, pettini, giochi, martelli. Lì. In attesa. E saranno per sempre lì in attesa. <br>Sono oggetti che gli esuli si sono portati via dalle loro case e che poi, una volta in Italia, non hanno potuto utilizzare perché nei campi profughi o nelle &#8220;nuove case&#8221; non c&#8217;era abbastanza spazio. </p>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-9d6595d7 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:33.33%">
<p style="font-size:21px">E così sono rimasti in immensi magazzini disseminati in tutta Italia, che poi, negli anni Cinquanta sono stati svuotati per andare a riempire il magazzino numero 18 di Trieste.<br>Sono oggetti che hanno nomi propri: hanno un&#8217;etichetta con il nome e il cognome del loro proprietario.  </p>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="765" src="https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-1024x765.jpg" alt="nome proprio di sedia: Macovec Giuseppina" class="wp-image-1767" srcset="https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-1024x765.jpg 1024w, https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-300x224.jpg 300w, https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-768x574.jpg 768w, https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-1536x1147.jpg 1536w, https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Nome proprio di sedia: Macovec Giuseppina</figcaption></figure>
</div>
</div>



<p style="font-size:21px">«La nostra gente è stata annullata socialmente perché è stata distrutta la società – spiega Delbello – Non ha importanza sapere il numero esatto dei morti, ciò che conta è che purtroppo tutto questo è accaduto: le case e i paesi si svuotarono, questo è il senso.<br>E <strong>l’esodo è eterno</strong>, non finisce mai: l’esule rimane esule per sempre, si tratta di un viaggio di sola andata, il ritorno non è concepito.»</p>



<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">Esule. Esilio</h2>



<p style="font-size:21px">L&#8217;esule è chi è in esilio.<br>L&#8217;esilio consiste nell’allontanamento del cittadino dalla sua patria. <br>Queste persone sono state considerate &#8220;esuli&#8221;, quando in realtà loro erano italiane e, sebbene costrette ad abbandonare la loro terra, spesso non lasciarono la loro patria perché rimasero in Italia.<br>E gli italiani non le trattarono come italiane, ma come esuli, nella connotazione dispregiativa che si creò in quel periodo storico in Italia. E che permane tuttora.</p>



<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">Simone Cristicchi al Magazzino 18</h2>



<p style="font-size:21px">“Magazzino 18” è lo spettacolo che <a href="https://www.simonecristicchi.it/teatro/magazzino-18/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Simone Cristicchi</a>, cantautore romano, porta in scena dal 2013. <a href="https://www.laltrove.com/giovedi-9-febbraio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cristicchi</a> ha dato voce a storie di bambini, di donne e di uomini che il silenzio aveva voluto dimenticare, ma che la Storia rivendicava come è giusto che fosse.<br>Il simbolo di questo spettacolo è la sedia: nel magazzino 18 ci sono centinaia di sedie accatastate in modo confuso, centinaia di sedie che, dopo essere state catalogate, non hanno più avuto un proprietario. Ma <strong>la sedia per Simone rappresenta l’individuo</strong>.&nbsp;<br>Le otto sedie con cui conclude il suo spettacolo ci ricordano che ancora oggi, in ogni oggi, ci sono persone che scappano per sempre da qualcosa.<br>Grazie al lavoro di Cristicchi, è stato possibile aprire il Magazzino 18 alle migliaia di persone che in questi anni hanno chiesto di entrare.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Giorno del ricordo</p><cite>Il&nbsp;<strong>Giorno del ricordo </strong>è una solennità civile nazionale italiana Istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 2004,<br>che cita «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale &#8220;Giorno del ricordo&#8221; al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell&#8217;esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati<br>nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.»<br>Il 10 febbraio ha un significato profondo: è il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi,<br>che assegnavano alla Jugoslavia la maggior parte della Venezia Giulia, l’Istria, il Quarnaro,<br>la città di Zara e la sua provincia che facevano (fino allora) parte dell&#8217;Italia.</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">«Dove devo andare?»</h2>



<p style="font-size:21px">Tutte le masserizie che ho visto nel Magazzino 18 sono state trasferite nel Magazzino numero 26 del Porto Vecchio di Trieste. Per visitarlo, è necessario contattare l&#8217;Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata che organizza regolarmente delle visite guidate: chiama il 351.7590343 oppure scrivi a <a href="mailto:irci.ierioggidomani@gmail.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">irci.ierioggidomani@gmail.com</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.laltrove.com/magazzino-18-porto-vecchio-di-trieste/">Magazzino 18</a> proviene da <a href="https://www.laltrove.com">Laltrove</a>.</p>
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