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	<title>Simone Cristicchi Archivi - Laltrove</title>
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	<description>Racconti di Corinna Sabbadini</description>
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	<title>Simone Cristicchi Archivi - Laltrove</title>
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		<title>Magazzino 18</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corinna Sabbadini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 16 Feb 2023 14:40:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Museando]]></category>
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		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
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		<category><![CDATA[Esodo]]></category>
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		<category><![CDATA[Magazzino 18]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Venerdì 14 febbraio 2020 «Questa è la nostra Pompei. Con queste masserizie la storia si ferma, non ci sono più le case né i paesi, e pian piano non ci saranno più le nostre genti: di noi, rimarranno queste masserizie.»È Piero Delbello a parlare, il direttore dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata. Siamo dentro il magazzino numero 18 del Porto Vecchio di Trieste.E l’immagine è così forte che basterebbe per comprendere il dramma vissuto da chi, nel secondo dopoguerra, fu costretto a lasciare la sua terra in Istria, nel Quarnaro e in Dalmazia. Scappò in quanto italiano. Italiano che doveva essere allontanato dal nuovo territorio jugoslavo. Visitare il Magazzino 18 è una violazione di domicilio: è come entrare nelle case di migliaia di persone che non ti hanno invitato, né ti conoscono. Non ho il diritto di camminare fra i loro mobili né di specchiarmi nelle loro foto. Però ho il dovere di essere lì: di guardare e di ascoltare, di conoscere la Storia drammatica che da pochi anni viene raccontata sui libri di scuola. Entro in punta di piedi per non disturbare, e ho la sensazione che aver vissuto quel momento, e raccontarlo qua, ora, riporti quelle vite al [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.laltrove.com/magazzino-18-porto-vecchio-di-trieste/">Magazzino 18</a> proviene da <a href="https://www.laltrove.com">Laltrove</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Venerdì 14 febbraio 2020</h2>



<p style="font-size:21px">«Questa è la nostra Pompei. Con queste masserizie la storia si ferma, non ci sono più le case né i paesi, e pian piano non ci saranno più le nostre genti: di noi, rimarranno queste masserizie.»<br>È <strong>Piero Delbello</strong> a parlare, il direttore dell’<a href="http://www.irci.it/irci/index.php/it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata</a>. Siamo dentro il magazzino numero 18 del Porto Vecchio di Trieste.<br>E l’immagine è così forte che basterebbe per comprendere il dramma vissuto da chi, nel secondo dopoguerra, fu costretto a lasciare la sua terra in Istria, nel Quarnaro e in Dalmazia. Scappò in quanto italiano. Italiano che doveva essere allontanato dal nuovo territorio jugoslavo.</p>



<p style="font-size:21px">Visitare il <strong>Magazzino 18</strong> è una violazione di domicilio: è come entrare nelle case di migliaia di persone che non ti hanno invitato, né ti conoscono. Non ho il diritto di camminare fra i loro mobili né di specchiarmi nelle loro foto. Però ho il dovere di essere lì: di guardare e di ascoltare, di conoscere la Storia drammatica che da pochi anni viene raccontata sui libri di scuola.</p>



<p style="font-size:21px">Entro in punta di piedi per non disturbare, e ho la sensazione che aver vissuto quel momento, e raccontarlo qua, ora, riporti quelle vite al presente, riconsegni loro alla memoria che meritano. È come se, finché ci sarà qualcuno pronto a raccontarle e a preservarle da quel silenzio per tanti anni ingiustamente vissuto, continueranno a esistere.  </p>



<p style="font-size:21px">Non c’è abbastanza vuoto da riempire con questi oggetti che sembrano in attesa di riprendersi le loro vite.<br>Centinaia di sedie, tavoli, armadi, letti, bicchieri, posate, piatti, pentole, libri, quadri, foto, pettini, giochi, martelli. Lì. In attesa. E saranno per sempre lì in attesa. <br>Sono oggetti che gli esuli si sono portati via dalle loro case e che poi, una volta in Italia, non hanno potuto utilizzare perché nei campi profughi o nelle &#8220;nuove case&#8221; non c&#8217;era abbastanza spazio. </p>



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<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:33.33%">
<p style="font-size:21px">E così sono rimasti in immensi magazzini disseminati in tutta Italia, che poi, negli anni Cinquanta sono stati svuotati per andare a riempire il magazzino numero 18 di Trieste.<br>Sono oggetti che hanno nomi propri: hanno un&#8217;etichetta con il nome e il cognome del loro proprietario.  </p>
</div>



<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:66.66%">
<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="765" src="https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-1024x765.jpg" alt="nome proprio di sedia: Macovec Giuseppina" class="wp-image-1767" srcset="https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-1024x765.jpg 1024w, https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-300x224.jpg 300w, https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-768x574.jpg 768w, https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia-1536x1147.jpg 1536w, https://www.laltrove.com/wp-content/uploads/2023/02/nome-proprio-di-sedia.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption class="wp-element-caption">Nome proprio di sedia: Macovec Giuseppina</figcaption></figure>
</div>
</div>



<p style="font-size:21px">«La nostra gente è stata annullata socialmente perché è stata distrutta la società – spiega Delbello – Non ha importanza sapere il numero esatto dei morti, ciò che conta è che purtroppo tutto questo è accaduto: le case e i paesi si svuotarono, questo è il senso.<br>E <strong>l’esodo è eterno</strong>, non finisce mai: l’esule rimane esule per sempre, si tratta di un viaggio di sola andata, il ritorno non è concepito.»</p>



<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">Esule. Esilio</h2>



<p style="font-size:21px">L&#8217;esule è chi è in esilio.<br>L&#8217;esilio consiste nell’allontanamento del cittadino dalla sua patria. <br>Queste persone sono state considerate &#8220;esuli&#8221;, quando in realtà loro erano italiane e, sebbene costrette ad abbandonare la loro terra, spesso non lasciarono la loro patria perché rimasero in Italia.<br>E gli italiani non le trattarono come italiane, ma come esuli, nella connotazione dispregiativa che si creò in quel periodo storico in Italia. E che permane tuttora.</p>



<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">Simone Cristicchi al Magazzino 18</h2>



<p style="font-size:21px">“Magazzino 18” è lo spettacolo che <a href="https://www.simonecristicchi.it/teatro/magazzino-18/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Simone Cristicchi</a>, cantautore romano, porta in scena dal 2013. <a href="https://www.laltrove.com/giovedi-9-febbraio/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cristicchi</a> ha dato voce a storie di bambini, di donne e di uomini che il silenzio aveva voluto dimenticare, ma che la Storia rivendicava come è giusto che fosse.<br>Il simbolo di questo spettacolo è la sedia: nel magazzino 18 ci sono centinaia di sedie accatastate in modo confuso, centinaia di sedie che, dopo essere state catalogate, non hanno più avuto un proprietario. Ma <strong>la sedia per Simone rappresenta l’individuo</strong>.&nbsp;<br>Le otto sedie con cui conclude il suo spettacolo ci ricordano che ancora oggi, in ogni oggi, ci sono persone che scappano per sempre da qualcosa.<br>Grazie al lavoro di Cristicchi, è stato possibile aprire il Magazzino 18 alle migliaia di persone che in questi anni hanno chiesto di entrare.</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Giorno del ricordo</p><cite>Il&nbsp;<strong>Giorno del ricordo </strong>è una solennità civile nazionale italiana Istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 2004,<br>che cita «La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale &#8220;Giorno del ricordo&#8221; al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell&#8217;esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati<br>nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.»<br>Il 10 febbraio ha un significato profondo: è il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi,<br>che assegnavano alla Jugoslavia la maggior parte della Venezia Giulia, l’Istria, il Quarnaro,<br>la città di Zara e la sua provincia che facevano (fino allora) parte dell&#8217;Italia.</cite></blockquote></figure>



<h2 class="wp-block-heading">«Dove devo andare?»</h2>



<p style="font-size:21px">Tutte le masserizie che ho visto nel Magazzino 18 sono state trasferite nel Magazzino numero 26 del Porto Vecchio di Trieste. Per visitarlo, è necessario contattare l&#8217;Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata che organizza regolarmente delle visite guidate: chiama il 351.7590343 oppure scrivi a <a href="mailto:irci.ierioggidomani@gmail.com" target="_blank" rel="noreferrer noopener">irci.ierioggidomani@gmail.com</a>.</p>
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		<title>Giovedì 9 febbraio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corinna Sabbadini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Feb 2023 15:25:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Scrivendo]]></category>
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		<category><![CDATA[Politeama Rossetti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mia me di ieri Se penso alla mia me di ieri (con ieri intendo proprio ieri giovedì 9 febbraio) se mi guardo da fuori mentre cammino con lo sguardo fisso e lucido (perché la Bora non ti toglie solo il fiato) vedo una donna che sembra abbastanza una pazza che cammina a passo spedito apparentemente senza meta con la testa alta e dei fogli in mano (perché non mi stavano nella borsa perché la borsa era piccola altrimenti la riempio e poi pesa) cammino per chilometri cercando di non pensare fino al molo Audace dove mi tolgo il basco fucsia e faccio un giro su me stessa mentre il vento mi centrifuga i capelli e il sole illumina il blu del mare e del cielo e gli occhi (che non sono blu ma verde marrone) e sorrido perché dentro non capisco nulla ma fuori è tutto una meraviglia e io in fondo sono lì ed esprimo un desiderio perché vorrei che la Bora spettinasse anche i miei pensieri (non solo i capelli) perché sono davvero troppi e almeno per un po’ non li avrei tutti in fila e poi cammino ancora e attendo e attendo ma se è vero [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.laltrove.com/giovedi-9-febbraio/">Giovedì 9 febbraio</a> proviene da <a href="https://www.laltrove.com">Laltrove</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading" style="font-size:29px">La mia me di ieri</h2>



<p style="font-size:21px">Se penso alla mia me di ieri (con ieri intendo proprio ieri giovedì 9 febbraio) se mi guardo da fuori mentre cammino con lo sguardo fisso e lucido (perché la Bora non ti toglie solo il fiato) vedo una donna che sembra abbastanza una pazza che cammina a passo spedito apparentemente senza meta con la testa alta e dei fogli in mano (perché non mi stavano nella borsa perché la borsa era piccola altrimenti la riempio e poi pesa) cammino per chilometri cercando di non pensare fino al molo Audace dove mi tolgo il basco fucsia e <a href="https://www.instagram.com/reel/CofLhr4PiNh/?utm_source=ig_web_copy_link" target="_blank" rel="noreferrer noopener">faccio un giro su me stessa</a> mentre il vento mi centrifuga i capelli e il sole illumina il blu del mare e del cielo e gli occhi (che non sono blu ma verde marrone) e sorrido perché dentro non capisco nulla ma fuori è tutto una meraviglia e io in fondo sono lì ed esprimo un desiderio perché vorrei che la Bora spettinasse anche i miei pensieri (non solo i capelli) perché sono davvero troppi e almeno per un po’ non li avrei tutti in fila e poi cammino ancora e attendo e attendo ma se è vero che non può piovere per sempre è anche vero che non si può attendere per sempre così ad un certo punto l’attesa finirà e infatti ecco finisce e allora mi rendo conto che potevo sembrare una pazza che camminava a testa alta e invece non ero pazza ero una donna che camminava a testa alta e basta</p>



<p style="font-size:21px">E poi penso a mercoledì notte quando quei pensieri marciavano a pieno ritmo disciplinati e senza pausa con passo cadenzato lì a martellarmi e non so come mi viene in mente che settimane prima avevo visto che Simone Cristicchi sarebbe tornato a Trieste con “<a href="https://www.simonecristicchi.it/teatro/magazzino-18/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Magazzino 18</a>” ma non ricordavo i giorni e allora vado on line rovisto e vedo che gli spettacoli iniziano il giorno dopo e allora cerco un biglietto e lo trovo in alto in seconda galleria va benissimo almeno vedrò lo spettacolo dopo una giornata che non so ancora dove mi porterà e così la sera di giovedì 9 febbraio dopo una giornata che non dimenticherò mai e che mi ricorderà sempre quanta forza abbiamo dentro ho rivisto “Magazzino 18” al Rossetti di Trieste ed è stato un regalo bellissimo che mi sono fatta e che consiglio a tutti voi di farvi</p>



<p><em>Nella foto: un attimo dello spettacolo &#8220;Magazzino 18&#8221; al Politeama Rossetti di Trieste.</em></p>
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